|
Il fannullone
intenerisce per la sua candida goffaggine. Con sguardo ironico e affettuoso, Georgia descrive un ragazzone icona ma anche eroe d'un'epoca in cui “andava la musica pop”: gli anni Ottanta, quando era d'obbligo esser belli e di successo. Il fannullone coltiva la sua scarna mitologia piccolo borghese, fatta di televisione, canzoncine, nonne, cani molesti e cibi precotti. Ambirebbe ad essere dall'altra parte del piccolo schermo, ballare e vestire con colori sgargianti; ma il non ricoprire un ruolo specifico, il restar fermo lì sulla poltrona a sognare d'esser una star, si trasforma per lui in una condanna sociale all'invisibilità. Il suo riscatto, però, è proprio questo: lui, comunque, continua a ballare e ad alzare la musica, continua a sognare di essere un ballerino provetto e, nel frattempo, impersona i suoi stessi “sogni di leggerezza”. |
|